Cap. 1.
Alcuni mesi orsono il Corriere ha ripubblicato la favola Il gatto dagli stivali di Perrault, io ne ho scoperto una variante che mi pare degna di qualche interesse. Il mugnaio che divise l’eredità tra i suoi tre figli, al terzo non lasciò un gatto, come scrisse Perrault, lasciò invece una vecchia chitarra. Il giovane vedendo che i suoi fratelli avevano avuto in eredità uno il mulino e l’altro l’asino, assalito da un più che giustificato accesso d’ira, stava per distruggere la chitarra sul primo paracarro che s’era trovato a portata di mano…ma in quello, dalla cassa armonica uscì una voce, che pareva quella d’un bambino:
“Non farlo!” supplicò, “ti potrò essere d’aiuto più di quanto tu possa immaginare”.
“Perso per perso!” replicò lui, e si rimise a tracolla la chitarra.
La voce non era quella della chitarra, ma quella d’un folletto che vi si nascondeva, e che sapeva suonare delle melodie fantastiche, come se lo strumento fosse stato in mano ad un esperto chitarrista. Il giovane che non sapeva suonare la chitarra, prese a girare le osterie del paese, offrendosi come suonatore. Lui faceva finta di suonare, ed il folletto suonava al suo posto con una maestria ed una sensibilità fuori dal comune.
Mentre i suoi fratelli sudavano con l’asino e con il mulino, lui faceva i soldi suonando la chitarra. Avrebbe dovuto sentirsi appagato. Ma come si sa nelle disgrazie ci si adatta, invece nella felicità non ci si accontenta mai.
“Ma cosa vorresti veramente?” gli chiese un giorno il folletto.
“Vorrei essere io a saper comunicare le emozioni che tu sai comunicare, fingendo il suono della chitarra!”
“Sarà, come vuoi tu” disse il folletto, e detto fatto entrò nel corpo del giovane, che da quel momento, non solo dimostrò di saper suonare la chitarra, ma prese a parlare con tale finezza oratoria da far incantare chi lo stava ascoltando. Nessuno era più bravo di lui a intrattenere la gente, a raccontare barzellette. Diventato il più bravo comunicatore del Regno iniziò a fare affari e soldi a palate e costruì un impero economico che non aveva uguali.
Il re gli diede in sposa la figlia e lui ricambiò facendo in modo che tutto il popolo fosse in adorazione del suo re. Tutti erano contenti, perché l’importante non è essere veramente contenti, ma essere convinti di esserlo. Alla morte del suocero, divenne re al suo posto, e non accontentandosi ancora, si fece proclamare imperatore.
Cap. 2
Il giovane suonatore di chitarra diventato imperatore, voleva essere considerato tale, ma come si sa, re di nasce, non si diventa. Non potendo cambiarsi dentro, divenne per lui una ossessione quella del cambiarsi fuori. Passava molto del suo tempo con i chirurghi estetici a trapiantare capelli ed a stirare rughe, e con tutti gli imbonitori che gli proponevano dei miglioramenti estetici.
Un giorno gli si presentarono due sarti capaci a loro dire di realizzare un tessuto che nel racconto di Christian Andersen aveva la peculiarità di risultare invisibile agli stolti ed agli indegni.
I suoi cortigiani, richiesti di verificare la veridicità delle affermazioni dei due sarti, non riuscirono evidentemente a vedere il vestito; ma per non essere giudicati male, lodarono all'imperatore la magnificenza del tessuto. L'imperatore, convinto, si fece preparare dai sarti imbroglioni un abito. Quando questo gli venne consegnato, però, l'imperatore si rese conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; come i suoi cortigiani prima di lui, anch'egli tuttavia per non passare per “stolto” decise di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.
Col nuovo presunto abito sfilò per le vie della città di fronte a una folla di cittadini che applaudivano a gran voce l'eleganza del sovrano. L'incantesimo si spezzò per l’intervento di un bimbo che, sgranando gli occhi, gridò: "ma non ha niente addosso!"; da questa frase derivò la famosa frase: Il re è nudo.
Può essere sia andata così. L’imperatore era tanto pieno di sé e il suo popolo aveva così perso la testa per il suo imperatore che è plausibile si sia dovuti ricorrere dall’innocenza di un bambino per scoprire la verità.
Anche in questo caso comunque siamo in possesso d’una variante. I due presentatisi a corte non erano due sarti ma erano due esperti in elettronica ed informatica. Raccontarono di aver inventato lo specchio dei desideri: uno specchio capace di riproporre la tua immagine non come è ma come tu desidereresti fosse. L’imperatore volle provare il nuovo congegno che funzionava a meraviglia perché tutti vorremmo che la realtà rispecchiasse i nostri desideri: si metteva nudo davanti allo specchio, e si vedeva senza pancia, con le membra asciutte e scattanti come quelle di un ventenne.
“Si potesse fare in modo che anche il mio popolo mi veda così!”
“Si può,” gli dissero i due tecnici, “con alcuni microchips opportunamente collocati sotto pelle si otterrà lo stesso risultato”
L’imperatore si sottopose all’operazione e prese a farsi vedere ai suoi cortigiani nella sua villa al mare. “Che corpo da eroe greco!” fu il commento che si passarono tutti di bocca in bocca. Ciò che vedeva lui, per la sua vanagloria, loro vedevano per la loro piaggeria!...
Anche in questa versione fu un bambino, un giorno che il nostro si era avventurato nella spiaggia pubblica per farsi ammirare. Guardandolo pavoneggiarsi commentò: “Che schifo di vecchio!”
Cap. 3
Si perché anche nel migliore dei mondi possibili gli uomini invecchiano. Il giovane con il folletto, era diventato un uomo maturo e poi lentamente, pur essendo diventato imperatore, aveva preso ad invecchiare.
Ma non invecchiano invece i folletti!... E questo divenne di giorno in giorno un problema sempre più grave. Le battute d’un giovane nella bocca d’un vecchio, sembrano bestemmie dette in chiesa durante una funzione religiosa…Il folletto che era in lui era sempre lo stesso, ma lui era diverso, e ciò che un tempo faceva ridere, ora faceva pena…
La figlia del re prese a vergognarsi d’un marito che era costretto, per colpa del folletto, a mostrarsi spiritoso, ma che ormai faceva ridere solo i suoi valletti, che ridevano a pagamento.
Come sia poi finita non si sa! Sembra che la figlia del re, che era molto più giovane di lui, abbia cominciato a vergognarsi, e sia finita a sposare uno più fine di lui.
Senza più titoli fu allontanato dal castello, ed a poco a poco tutti si allontanarono da lui…
Il nostro restò solo con la chitarra, che aveva avuto in eredità, ma che però non sapeva suonare….
Cap. 4.
Nel capitolo precedente, un po’ troppo sbrigativamente, sono arrivato a parlare della fine dell’Imperatore. Ma non è stato ne facile né agevole liberarsi di lui. Il suo Regno, come quello del Faraone d’Egitto è stato condannato a subire il supplizio delle sette piaghe, prima di riuscire a trovare il suo Mosè.
La prima fu la piaga delle cavallette. Il regno ne fu invaso. Ma non erano cavallette normali che si cibano del verde dei prati, erano cavallette finanziarie che preferivano il verde dei cento euro e dei suoi derivati. A colpi di cento euro e derivati si mangiarono tutti i risparmi del Regno e d’ogni singolo cittadino. Ci fu quindi una terribile carestia. Tanti cittadini non arrivavano alla quarta settimana del mese, un po’ alla volta, neppure alla terza…
Il re si arrabbiò con i suoi messaggeri che continuavano a parlare di carestia. Li pagò tutti perché smettessero di dir bugie e poi emanò un editto per dichiarare che la carestia era solo psicologica e che si doveva curare con l’ottimismo. Il problema non era la fame, ma la fame percepita, ed era questa percezione che si doveva combattere. I sudditi così presero a non percepire la fame ed a morire felici, senza accorgersene…
Per fortuna, alla fine ci fu un intervento di disinfestazione mondiale, che distrusse anche le cavallette del Regno. Ma di questo nel Regno non si parlò, e tutti alla fine si convinsero che era stata la cura dell’ottimismo a far morire le cavallette, ed a porre fine alla carestia…